Paura di volare


La paura di volare è molto comune. Si tratta di una paura irrazionale che appartiene all’ambito delle fobie. I dati segnalano che il 50% della popolazione soffre di tale disturbo, con una maggiore incidenza nelle donne. Nonostante le statistiche segnalino che il rischio di morte per incidente aereo sia del tutto inferiore a quello per incidente automobilistico, il solo pensiero di volare scatena fantasie di catastrofe e di morte legate a paure recondite.

Apparentemente  la preoccupazione è quella di temere che l’aereo possa precipitare durante il volo,  in realtà ciò che si teme maggiormente è di soffrire di sintomi di claustrofobia e di sentirsi intrappolati in uno spazio chiuso e delimitato. La paura è dunque più legata a quella di avere un attacco di panico in volo con i relativi sintomi legati all’ansia e alla perdita del controllo.
In molte altre situazioni la paura di volare è la manifestazione di altre paure come quella della separazione e cioè la paura di allontanarsi dai propri cari oppure quella legata al cambiamento ed al timore di abbandonare gli schemi consolidati che rassicurano. Volare diventa il simulacro di tutto ciò che destabilizza e disorienta e che è in parte legato al grado di sicurezza individuale e di autostima personale.
Per questo è importante impostare un lavoro psicoterapeutico che elabori il trauma soggiacente e le esperienze di vita pregresse dell’individuo. La terapia rappresenta uno strumento che permette di dare ascolto alle paure legate al timore di prendere l’aereo e di risolvere questioni aperte del passato che si riaffacciano e compaiono nel presente al solo pensiero di dover salire su un aereo.

Trauma psicologico ed EMDR


Il Disturbo Post Traumatico da Stress (PSTD) è il risultato dell’essere stati esposti – direttamente o come testimoni – a una situazione estrema o ad un episodio al di fuori della norma o da ciò che normalmente ci si aspetta dalla quotidianità come per esempio ad una minaccia diretta alla propria integrità fisica, emotiva o sessuale.

Non tutti coloro che sono esposti a eventi minaccianti per la propria vita sviluppano il PSTD o altri sintomi post-traumatici. Il significato dell’evento, il supporto familiare e/o sociale disponibile e la peculiarità psico-fisiologica possono mitigare o meno lo sviluppo dei sintomi.
I sintomi del Disturbo Post Traumatico da Stress (presenti da almeno un mese successivo all’evento traumatico) sono:
- Pensieri e ricordi intrusivi: ricordi ricorrenti e dolorosi dell’evento traumatico, incubi, flashback ed una reattività fisica a eventi con elementi simili (visivi, uditivi, olfattivi);
- Comportamenti evitanti: evitare di pensare all’evento, stare lontani da posti o attività che lo ricordano, amnesia psicogena di parte o di tutto il trauma, sensazioni di distacco, impedire a sé stessi di sentire qualche volta al punto di sentirsi completamente insensibili;
­­- Stati di iperarousal: difficoltà nell’addormentamento o nel mantenimento del sonno, scoppi di collera, agitazione o irritabilità, difficoltà a concentrarsi, ipervigilanza (essere costantemente in guardia in assenza di un motivo reale).
Lo stress traumatico è il risultato di situazioni estreme, tuttavia anche eventi (tradimenti, separazioni, lutti)  possono essere vissuti in modo estremamente intenso per cui il cervello non riesce a procedere ad una elaborazione adattiva dell’informazione. La risposta dell’individuo a questi eventi spiacevoli è l’attivazione di stati in cui dominano i pensieri intrusivi, di evitamento e di iperarousal. Situazioni attuali che sembrano innocue o appena fastidiose ad alcuni, possono risultare sconcertanti alla persona che ha vissuto un evento spiacevole nel passato di cui il fattore attuale rappresenta il reminder.
La tecnica dell’EMDR sostiene che il cervello possiede la capacità di trattenere l’informazione e di elaborarla in modo efficace. Se interviene un impedimento, l’informazione rimane bloccata nel cervello insieme alla sensazione dolorosa, suscitando il vissuto doloroso del presente. L’approccio terapeutico con l’EMDR  giunge ad una visione più ampia del trauma, includendo qualsiasi evento che il cervello non è in grado di trattenere e di elaborare in modo adattivo.
Quando una persona si trova a vivere una situazione stressante, le sue abilità si riducono ed il dolore, troppo intenso, non riesce ad essere tollerato; tutto ciò provoca modelli di pensiero disfunzionali che se non modificati attraverso un intervento psicoterapeutico mirato

ABORTO SPONTANEO E DEPRESSIONE

L'aborto spontaneo può provocare un periodo di depressione più o meno lungo a seconda della donna e del tipo di gravidanza. Nonostante la maggior parte degli aborti spontanei siano dovuti ad un’anomalia cromosomica, il senso di fallimento e di colpa della donna è molto intenso.
La donna si sente in colpa per non essere stata capace di portare a termine la gravidanza, si sente diversa dalle altre donne e sperimenta un vissuto di inadeguatezza.
L’aborto, infatti, mette in discussione la donna, la sua femminilità e spesso anche il suo rapporto di coppia. Di conseguenza quando una donna subisce un aborto entrano in gioco diversi elementi psicologici (individuali e di coppia) che incidono sul suo stato di salute.

L’aborto spontaneo rappresenta per la donna un trauma psicologico che può innescare una condizione depressiva tipica delle perdite nelle situazioni di lutto. Nello specifico la donna sperimenta una perdita fisica, una perdita simbolica (le aspettative e i progetti relativi al nascituro) e una perdita dello status sociale di donna intesa come “madre”.
Le fasi che caratterizzano il periodo immediatamente successivo all’aborto sono un primo momento di intorpidimento e di negazione a cui segue una forte reazione di collera e di rabbia ed in ultimo di dolore quando la realtà della perdita si concretizza.
Occorre del tempo per la sua elaborazione ed è necessario attraversare le fasi psicologiche analoghe a quelle che caratterizzano il lutto.

In questo periodo la donna ha bisogno di ricevere un grosso sostegno da parte del partner e dei familiari e, qualora la condizione depressiva riattivasse problematiche e fragilità non ancora risolte, diventa importante chiedere aiuto ad uno specialista che si occupi della salute psicologica della donna.

Il divorzio emotivo e psicologico


Lo psicologo Paul Bohannan (1970) è stato uno dei primi studiosi che ha considerato il divorzio e la separazione nella loro complessità psicologica e sociale.

Egli ha identificato sei “gradi”, o dimensioni, del divorzio: emozionale, legale, economico, comunitario, genitoriale, psicologico. Una coppia, al momento della separazione, può avere problemi su tutti questi aspetti o solo su alcuni.

Il divorzio emozionale può avvenire molto prima che la coppia si separi fisicamente o, al contrario, può rimanere a lungo incompiuto anche successivamente alla sentenza di divorzio. Il matrimonio è un patto che avviene a due livelli: quello ufficiale della dichiarazione di impegno e quello emotivo, intimo del “patto segreto”. E’ quest’ultimo che è più difficile da interrompere poiché in esso si custodiscono le attese, i sogni, i progetti di una vita insieme. Spesso si verificano situazioni in cui nonostante a livello ufficiale si sia sciolto il patto, non altrettanto si riesce a fare a livello emotivo. Si determina così una situazione ambigua che coinvolge non solo gli ex coniugi ma anche i figli, i nuovi partner, i parenti e gli amici.

Il divorzio legale è lo scioglimento giudiziale del vincolo coniugale quando la comunione spirituale e materiale dei coniugi è diventata impossibile. Sarà meno traumatico se avviene dopo che è stato elaborato quello emozionale e materiale.

Il divorzio economico provoca, soprattutto nell’attuale contesto sociale, difficoltà finanziarie, aumentandole ed aggravandole quando già sono presenti.

Il divorzio comunitario prevede la rottura o l’indebolimento di alcuni rapporti significativi con gli amici comuni, con i parenti acquisiti e l’abbandono di uno dei due del luogo di residenza e del vicinato. Uno dei compiti più delicati a chi si trova ad affrontare un divorzio è la ricostruzione di una rete sociale di riferimento e di supporto non solo per gli adulti ma anche per i bambini.


Il divorzio dovrebbe mettere fine al matrimonio NON alla genitorialità. In realtà molte coppie finiscono per divorziare anche dai figli. Questo si verifica quando l’elevata conflittualità o la scarsa partecipazione di uno dei due non consente ai genitori di accordarsi sullo stile educativo, sulla disciplina, sulle scelte per i figli.

Il divorzio psicologico è definito come “la separazione di sé dalla personalità e dall’influenza dell’ex coniuge”.

Si tratta di imparare a vivere senza l’altro affidandosi a sé stessi come persone autonome ed indipendenti. Questa evoluzione risulta più pesante quando il divorzio non è voluto ma subito. Generalmente, in colui che viene lasciato, prevale senso di smarrimento e di paura a gestire da soli la quotidianità; in colui che lascia invece un profondo senso di colpa.


L'esperienza del LUTTO

Il lutto è una delle esperienze più difficili che una persona si trovi ad affrontare sul piano esistenziale: l'esperienza del lutto viene solitamente associata alla perdita di una persona cara, tuttavia in realtà ogni perdita può causare sofferenza ed angoscia ed associarsi ad un processo di vero lutto con tutte le sue implicazioni e i suoi vissuti caratteristici. Esperienze come il divorzio o la rottura di un rapporto affettivamente significativo, la perdita del lavoro, un aborto, il doversi trasferire in un altro paese, la morte di un animale domestico, il pensionamento, l'abbandono di una disciplina sportiva a causa di un incidente, etc... sono tutte esperienze di perdita che determinano un processo di lutto e che possono procurare un notevole livello di dolore ed angoscia e provocare senso di solitudine ed abbandono.

Il processo di elaborazione del lutto richiede, sovente, tempo ed aiuto per poter passare da un vissuto di perdita ad un vissuto di integrazione di ciò che manca. Non sempre e non per tutti il compimento del processo d'elaborazione del lutto avviene in tempi rapidi e in senso positivo e trasformativo. L'esperienza del lutto implica il doversi confrontare con una gamma notevole di sensazioni ed emozioni negative quali il dolore, la tristezza, la disperazione per l'accaduto.

La paura dell'ansia. L'ansia anticipatoria


L’ansia anticipatoria è un disturbo tipico degli attacchi di panico, ed è causato proprio dal continuo stato di tensione che accompagna la persona nel timore della prossima crisi. L’ ansia anticipatoria è  una sorta di “panico del panico” in cui il soggetto finisce col vivere in una situazione di perenne ansia proprio per il timore di quando arriverà il prossimo attacco di panico.

Le cause dell’ansia anticipatoria

La causa principale dell’ansia anticipatoria sono gli attacchi di panico, in particolare può avvenire che la persona, in date situazioni (cioè quelle che più probabilmente potrebbero causargli un attacco di panico) inizi ad avvertire questo stato di ansia sempre più forte che è appunto “anticipatoria” non tanto dell’attacco di panico in se, quanto del rischio (della paura) che quella persona avverte che proprio in quella situazione possa originarsi il prossimo attacco di panico.

Ansia anticipatoria: i sintomi più comuni

I sintomi con cui si manifesta l’ ansia anticipatoria sono quelli classici di qualunque stato d’ansia; ovviamente il modo in cui ogni persona manifesta l’ansia è personale e soggettivo, tuttavia alcuni sintomi sono particolarmente comuni, come ad esempio la fame d’aria e la sensazione di soffocamento che tipicamente accompagnano gli stati d’ansia.

Come si diagnostica l’ansia anticipatoria

L’ansia anticipatoria non presenta particolari difficoltà nella diagnosi, sia perché è normalmente sufficiente un colloquio col paziente per riconoscerne il quadro, sia perché è il paziente stesso a rendersene conto e a ricollegarlo direttamente all’attacco di panico.

Ansia anticipatoria: quando rivolgersi allo specialista e come curarla

L’ansia anticipatoria e gli attacchi di panico non sono facili da gestire perché condizionano pesantemente la propria vita privata e professionale; per chi ne soffre è importante abbandonare ogni imbarazzo e rivolgersi al proprio medico il quale, dopo aver valutato il caso, stabilirà il modo migliore di procedere.

Più che di curare l’ansia anticipatoria sarebbe più corretto parlare di come gestirla; provare ansia di fronte all’evenienza di qualcosa di spiacevole è piuttosto naturale, il problema si pone quando quest’ansia diventa ingovernabile tanto da paralizzare la persona impedendole di continuare a svolgere le normali attività.

Adottare dei sani stili di vita, utilizzare tecniche di rilassamento derivate dalla Mindfulness ed intraprendere un percorso di Psicoterapia orientata alla gestione dell’ansia, sono tutte azioni che, nel complesso, possono permettere di convivere con l’ansia e di gestirla nel migliore dei modi.

I bambini e i genitori di fronte agli eventi traumatici


Di fronte ad una notizia drammatica data dai media (giornali, telegiornali, trasmissioni televisive, ecc), gli effetti sui bambini sono legati non solo alla natura e alla qualità del messaggio trasmesso, ma anche alle caratteristiche psichiche di chi riceve il messaggio (l’età, lo sviluppo cognitivo ed emotivo) e, soprattutto la reazione del genitore all’evento.
Se il genitore si spaventa o ha una reazione drammatica, il bambino si spaventa, pensa che il problema sia gravissimo e i più piccoli possono pensare addirittura ad un pericolo per la propria incolumità. Lo sviluppo mentale del bimbo è molto importante perché in base all’età si ha una maggiore percezione e comprensione dell’evento traumatico. Quindi più i figli sono piccoli, più bisogna fare maggiore attenzione.
I genitori influenzano la risposta del bambino attraverso:
- la propria risposta emotiva ed il proprio comportamento;
- la capacità di fornire un contesto familiare stabile, contenitivo e rassicurante, all’interno del quale il bambino possa trovare e recuperare la sicurezza di cui ha bisogno per non subire gli eventi a cui ha assistito. Questo impedisce che il figlio abbia delle reazioni da forte stress.

Cosa devono fare i genitori nei casi di attacchi terroristici o disastri per evitare un impatto negativo sulla psiche dei figli e un eventuale reazione da stress successiva alla esposizione ad immagini potenzialmente traumatiche e traumatizzanti?
- Hanno bisogno della presenza del genitore;
- Non hanno bisogno di reazioni allarmistiche e conflittuali della famiglia perché si spaventano ancora di più;
- Gli adulti non gli devono far vedere questo tipo di immagini e sentire questo tipo di notizie da soli, perché non sono in grado di filtrare quello che realmente accade, salvo che non siano adolescenti.
- Occorre farli parlare e spiegargli cosa realmente sta succedendo.
Una cosa importante da sottolineare è che i figli in questi casi si sentono potenzialmente in pericolo, si sentono più fragili, quindi, prima di spiegare tutto questo ai bambini, i genitori devono fare i conti con le loro reazioni emotive per evitare di influenzarli negativamente.

IPOCONDRIA

La caratteristica principale dell'ipocondria è al percezione di sintomi fisici che fanno pensare ad una patologia di tipo medico e la preoccupazione legata alla paura o alla convinzione di avere una grave malattia. Affinchè si possa parlare di ipocondria, occorre effettuare una valutazione medica completa che possa escludere qualunque condizione fisica che possa spiegare i segni o i sintomi fisici del malessere.

L'ipocondria è rappresentata da una condizione di continue lamentele riguardo il proprio stato di salute. Tali situazioni conducono ad un trattamento medico, all'assunzione di farmaci, ad una compromissione del funzionamento sociale e lavorativo. La persona tende a dare un'interpretazione erronea ai segnali somatici, percependoli come catastrofici e segnale di grave malattia; tende a dare peso solo ai segnali che confermano la sua ipotesi di malattia.

L'importanza delle fiabe per uno sviluppo armonico

Favole della buona notte, favole medioevali, favole orientali... Ogni volta è come entrare in contatto con qualcosa di speciale, e la cosa più importante è che ad ogni lettura, ascolto, visione, la magia si ripete sempre, anche senza diminuzione di intensità...
Vedere una favola rappresentata a teatro, al cinema o sui fogli di un libro, non cambia di molto il risultato... 
Perchè in ognuno di noi c'è ancora una parte bambina che con le fiabe è cresciuta e attraverso le quali ha imparato a conoscere se stesso, ad accettarsi e a vincere le paure...
Le favole danno la possibilità ai bambini, e non solo, di entrare alla scoperta del proprio mondo emotivo. È possibile attraverso le fiabe apprendere schemi nuovi di comportamento, imparare a rispondere più efficacemente a situazioni difficili o di disagio.
Riconoscersi nei protagonisti, identificandosi con essi, dà modo ai bambini di entrare in contatto con molte emozioni, impareranno a riconoscerle, a dargli un nome e quindi ad esprimerle.
Spesso, quando si ascolta una fiaba si viene totalmente assorbiti da questa. Il bambino infatti entra totalmente in un mondo fatato, si veste degli abiti e delle azioni dei suoi protagonisti. Eccolo diventare allora una fata, un leone, un mago, un principe o una principessa.
Il momento delle storie raccontate dalla mamma e dal papà, magari accoccolati tra le loro braccia, prende un significato emotivo molto più grande del gesto in sé
È unico nel suo genere. 

E.M.D.R. e acufeni


L’acufene o tinnitus è un disturbo che si manifesta con un noioso e persistente rumore all’orecchio. Tale rumore è percepito dal soggetto in assenza di uno stimolo sonoro normalmente udibile ed è descritto variabilmente come fischio, ronzio, fruscio, crepitio, oppure come una sensazione di pulsazione o soffio.

Nella maggior parte dei casi, nonostante vengano eseguiti specialistici anche approfonditi, necessari per escludere patologie organiche, non emergono vere e proprie malattie alla base del disturbo. Per questo motivo l’acufene è spesso definito come “idiopatico”, cioè privo di una causa nota e viene trattato con un ottica multidisciplinare in cui si integrano professionalità diverse (l’otorinolaringoiatra, l’audiometrista, il neurologo, lo psicologo, talvolta l’ortognatodontista).

Si tratta di un malessere talvolta molto fastidioso e addirittura invalidante che viene percepito nel corpo, a livello dell’area uditiva, ma che non ha un’evidenza di malfunzionamento o di patologia relativa a questa zona. Per questa ragione può essere in molti casi assimilato alle malattie psicosomatiche, le cui cause sono multifattoriali ed in cui il corpo viene utilizzato per esprimere un disagio psicologico o emozioni disturbanti di varia natura.

Occorre sottolineare che, essendo l’apparato uditivo in relazione con il sistema limbico, sede delle nostre emozioni, e al sistema neurovegetativo, da cui partono le reazioni automatiche del nostro corpo, è facile ipotizzare una connessione tra psiche e soma relativa all’acufene.

L’approccio psicologico alle malattie psicosomatiche, e all’acufene in particolare, prevede l’utilizzo di tecniche tratte dalla Mindfulness, tra cui l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR), in cui il paziente impara ad utilizzare specifiche strategie per affrontare il disturbo attraverso un percorso di focalizzazione sul corpo, sull’emozione e sul pensiero  che permettono di intervenire sulla reazione di ansia attivate dall’acufene.

L’acufene genera infatti tipicamente una condizione di allarme associato ad ansia che porta spesso allo sviluppo di un circolo vizioso di automantenimento dell’acufene stesso.  Ansia e allarme possono essere efficacemente gestite attraverso la tecnica EMDR, con l’obiettivo di  avviare gradualmente un processo di “abitudine”  alla percezione del tinnitus e di ridurre le reazioni associate alla sua presenza, interrompendo il circolo vizioso e trasformandolo in un meccanismo psicologico virtuoso.

L’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) permette di sviluppare la capacità di accogliere nel campo della consapevolezza emozioni, sensazioni fisiche e pensieri indipendentemente dal loro contenuto e senza farsi travolgere da essi, come capita spesso con l’acufene. Questo atteggiamento influisce sulla capacità di padroneggiare situazioni difficili, conferendo maggiore potere nella gestione dello stress, dei conflitti e dei problemi di vita di ogni giorno.